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Cristiani in Pakistan

21 Marzo 2011

» 18/03/2011 12:26

PAKISTAN
Punjab, in 300 ai funerali del cristiano “blasfemo” morto in carcere. Preghiere per Bhatti
Jibran Khan
La famiglia ha vietato l’ingresso in chiesa a telecamere e giornalisti, per le minacce ricevute dai fondamentalisti islamici. La comunità ricorda la nuova vittima della “legge nera”. In tutto il Paese funzioni anche per il ministro per le Minoranze. Leader cristiani denunciano contraddizioni e depistaggi nelle indagini.

Islamabad (AsiaNews) – Si sono svolti ieri a Lahore, alla presenza di 300 persone, i funerali di Qamar David, cristiano condannato all’ergastolo per blasfemia e morto in prigione la notte del 15 marzo. Vietato l’ingresso a telecamere e giornalisti, nel timore di possibili attacchi di gruppi fondamentalisti che in passato avevano più volte minacciato la famiglia. Nella sua omelia, il vicario generale della città ha condannato “l’ennesima vittima cristiana di blasfemia”. Intanto la comunità pakistana ha ricordato con messe e preghiere il ministro cattolico Shahbaz Bhatti, assassinato da un gruppo estremista il 2 marzo scorso. Sul fronte delle indagini emergono contraddizioni e depistaggi; è alto il rischio che anche questo omicidio resterà impunito.
Le esequie di Qamar David – deceduto per un infarto secondo il medico legale, avvelenamento per la famiglia – si sono celebrate nella chiesa cattolica di San Giuseppe, a Lahore. Il rito funebre è stato celebrato dal vescovo ausiliare mons. Sebastian Shaw e da p. Emmanuel Mani, direttore della Commissione nazionale di Giustizia e pace (Ncjp) della Chiesa cattolica, alla presenza di oltre 300 persone fra sacerdoti, parenti e attivisti per i diritti umani. Terminata la cerimonia si è tenuta la sepoltura in un cimitero della città.
P. Andrew Nisari, vicario generale di Lahore, ha sottolineato “lo shock e la tristezza della comunità cristiana, che piange una nuova vittima della blasfemia”. Egli parla di “un altro martire nella comunità cristiana pakistana”, quando è ancora aperta la ferita per l’assassinio di Shahbaz Bhatti, e invita le autorità a “garantire protezione alle minoranze religiose”. L’avvocato di Qamar David precisa inoltre che le accuse in base alle quali è stato condannato il 55enne cristiano erano “pretestuose”, frutto di una “rivalità in affari” e la condanna “risultato di una serie di pressioni eserciate da capi religiosi e loro sostenitori”.
Intanto per tutta la settimana si sono svolte in Pakistan preghiere e messe di suffragio per Shahbaz Bhatti, ministro cattolico per le Minoranze, assassinato da un commando il 2 marzo scorso. La All Pakistan Minority Alliance (Ampa) ha organizzato una funzione a Quetta, come le diocesi di Karachi e Baluchistan, alla presenza di numerosi esponenti della società civile. La Christian Khidmat Tehreek ha distribuito volantini in cui chiede a politici e media di usare la parola “shaheed” – martire, ndr – prima di evocare il nome di Bhatti. Messe e preghiere anche dalla Chiesa anglicana nel Punjab e Sindh e dai membri del Muttahida Qaumi Movement (MQM), che celebrano “l’altruismo” con cui Bhatti ha operato in politica.
Sul fronte delle indagini emergono continue contraddizioni e omissioni. In un primo momento la polizia aveva parlato di “inimicizie personali” alla base dell’assassinio, subito smentita dalla leadership cattolica che denunciava il tentativo di depistaggio. Nei giorni scorsi è emersa la notizia di un arresto, ma i particolari filtrati sinora dal fronte investigativo sono scarni. Gli inquirenti annunciano a breve svolte clamorose.
Restano tuttavia le contraddizioni: ieri in conferenza stampa l’ispettore generale Wajid Durrani ha confermato il fermo di un uomo e, parlando di sicurezza, ha affermato che “la casa di Bhatti nel settore I-8/3 non era un segreto, perché nota anche alle guardie del corpo”. In una dichiarazione del 3 marzo, però, il capo degli investigatori affermava che “nessuno della sicurezza conosceva la casa in cui viveva” il ministro. La comunità cristiana sottolinea queste contraddizioni, le omissioni e i depistaggi, temendo che siano solo un espediente perché i veri colpevoli restino impuniti.

Un timore avallato anche dal vescovo di Islamabad-Rawalpindi, mons. Rufin Anthony. Annunciando una funzione in memoria di Bhatti per domenica prossima, il prelato spiega come “le indagini sull’omicidio siano fonte di gravi preoccupazioni”, mentre polizia e ministero degli Interni giocano “allo scaricabarile” per non assumersi la responsabilità della morte del politico cattolico e della cattura dei colpevoli. “Le dichiarazioni rese al momento dell’omicidio – puntualizza il prelato – si contraddicono con le versioni fornite oggi, questo aumenta le preoccupazioni perché potrebbe rimanere un omicidio irrisolto come altri casi di primo piano. Restano alti i timori per la sicurezza delle minoranze in Pakistan”.

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